L'azienda come sistema sociale

L’azienda è una realtà giuridica, economica ed organizzativa a struttura formalmente codificata. L’organizzazione formale è impersonale e le relazioni sono strutturate nei rapporti gerarchico funzionali o di staff e line (burocrazia aziendale). A livello produttivo, peraltro, le relazioni inter-individuali e di gruppo assumono aspetti informali, sono spontanee e sufficientemente stabili da influenzare la stessa burocrazia aziendale.

I gruppi aziendali non sono solo numerici, ma sociali: essi hanno una guida (leadership informale), delle norme di comportamento, un sistema di comunicazioni, una struttura di posizioni con status e ruoli. Un gruppo si forma per soddisfare i bisogni dei suoi membri, anche se serve ad appagare l’esigenza di potere di alcuni leaders, e la necessità di appartenenza della maggio parte degli altri.

Dunque, affiliandosi ad un sindacato, il lavoratore mira non solo a conseguire certe finalità di carattere economico, ma anche a soddisfare il suo bisogno di “appartenenza” [1]. Il lavoratore collaborerà agli scopi di gruppo soltanto se ritiene che il conseguimento di quegli scopi possa soddisfare i propri bisogni; tuttavia anche la chiarezza degli scopi influisce sulla loro accettazione.

Quando i membri di un gruppo sono invitati dai loro capi a partecipare alla scelta di scopi comuni, ad esempio per mezzo della assemblea, il grado di accettazione aumenterà, perché partecipano direttamente i lavori si impegnano pubblicamente. Inoltre, la consapevolezza che una data decisione è stata presa a larga maggioranza, è un fattore che influisce in maniera decisiva, sull’accettazione di quella decisione. D’altronde, l’accettazione degli scopi di gruppo, muta in ragione di come è percepita la probabilità di successo.

L’ideologia di gruppo è costituita dalle credenze, dai valori e dalle norme comuni; essa tende a minimizzare le differenze di comportamento, dovute ai diversi bisogni dei singoli membri. È a tal fine che la coesione tende a sviluppare nei lavoratori la tendenza all’uniformità . La vera essenza di una credenza è la natura integratrice del gruppo, esso, tuttavia, può sopravvivere se le integrazioni dei suoi membri sono coordinate in modo tale da rendere possibile la risoluzione dei suoi problemi.

La vita informale, è strutturata secondo i medesimi criteri, che sovrintendono a quella ufficialmente codificata nell’organigramma aziendale, e non poche relazioni informali, sono direttamente funzionali per il buon andamento della organizzazione formale.
L’organizzazione informale si sviluppa se non c’è congruenza fra norme e scopi dell’organizzazione aziendale ed i bisogni dei suoi membri. I sindacati ritenevano, fino a qualche tempo fa, il gruppo informale un palliativo in mancanza di un efficiente protezione da parte dell’organizzazione sindacale.

Oggi la validità di questa espressione spontanea, scaturita dall’esigenza dei lavoratori di difendersi contro l’arbitrio del potere direzionale, è stata di fatto riconosciuta nel gruppo omogeneo e nel suo leader informale: il delegato. I lavoratori che hanno valori, atteggiamenti ed interessi simili, tendono a formare gruppi stabili e durevoli; l’omogeneità degli interessi comuni produce solidarietà fra i membri.

Il gruppo informale nasce come protesta, spesso inconsapevole, contro l’impersonalità e la razionalità dell’organizzazione industriale moderna. Ma nasce in funzione della personalità del lavoratore e del suo ruolo [2].

È una protesta, un tentativo di difesa, che muove da esigenze della personalità e si pone nei confronti del sistema aziendale, che tende a “sfruttare” l’individuo ed a porlo in situazioni conflittuali. L’associazionismo spontaneo sul lavoro è una reazione verso questa burocrazia industriale e la sua razionalità formale, sostanzialmente irrazionale [2].

Il lavoratore percepisce la discrepanza fra il proprio ruolo tecnico e quello organizzativo, la sua posizione nell’azienda e le sue aspirazioni. Il gruppo informale gli riconosce uno status ed un ruolo che l’organizzazione formale non può definire adeguatamente.

Il gruppo informale sviluppa nel suo seno delle norme di comportamento, alle quali richiede la massima conformità, pena l’ostracismo, il ridicolo e talora la violenza; è un codice di difesa della vita di gruppo, contro l’incentivazione di tipo individuale, ma che consente rapporti amichevoli e distesi intra-gruppo e che rafforza quella solidarietà che ha origine dalla comune condizione lavorativa.

La limitazione della produzione, come pratica sociale, ha la funzione latente di riaffermare la lealtà al gruppo e di sostenere l’autonomia produttiva nei confronti dell’azienda. In sostanza, il lavoratore alienato dalla struttura produttiva cerca difesa e soddisfazione compensativa nella vita informale di gruppo che è sempre parallela alle forme di protesta organizzata e sindacale.

La solidarietà operaia esprime l’analogia dei rapporti di produzione, nelle condizioni di lavoro e di esistenza e può essere distinta da differenze di qualificazione, di professione, di appartenenza sindacale: è, in sintesi, la condizione sociale degli operai, la coscienza della loro comune condizione di fronte al datore di lavoro, che suscita nel gruppo un sentimento di solidarietà.

Il sindacalismo è un simbolo concreto di solidarietà, una rete di legami umani nella giungla dell’industria. La solidarietà morale è in effetti strettamente dipendente dalla struttura della società e dai rapporti che questa istituisce fra i lavoratori [3].

All’interno della fabbrica esistono spesso forme di solidarietà corrispondenti ad associazioni etniche e religiose che, promovendo raggruppamenti tendono a fondersi nella solidarietà dell’azione sindacale. Queste correnti, che traggono origine dalla comunanza di stati d’animo, potrebbero essere assimilate a quella che Durkheim definiva impropriamente solidarietà meccanica, facendola paradossalmente derivare dalla stessa divisione di lavoro.

(Riproduzione riservata)

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[1] KRECH – Individuo e società, Firenze, 1972;
[2] FERRAROTI – Appunti di sociologia del lavoro, Roma, 1971;
[3] FRIEDMAN – Lavoro in frantumi, Milano 1960.

Un articolo sull' "azienda come sistema sociale" del Dott. Antonio Di Carlo



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