L' autunno caldo e le nuove strutture sindacali di base

La carta rivendicativa del '69, scaturisce dal consolidamento del fenomeno di partecipazione diretta della base operaia, con conseguente ampio dispiegamento di risorse organizzative e di quadri sindacali. Il pacchetto rivendicativo diventa rigido.
Il sistema di contrattazione si amplia su due livelli (nazionale ed aziendale) non coordinati, ma coordinabili. E' un netto rifiuto per qualsiasi schema di articolazione predeterminato. La contrattazione è dunque riproponibile in qualsiasi sede e per qualsiasi materia in vigenza del contratto nazionale.

La tregua sindacale è eliminata: il contratto viene firmato per far cessare il conflitto in atto, non per garantire da quelli futuri [1]. Viene accettata la presenza di strutture sindacali nell'azienda ad opera di soggetti aziendali ( delegati, consiglio di fabbrica).

Le cause endogene della contestazione del '69, vanno ricercate soprattutto nella resistenza alle innovazioni dei vertici sindacali, più che altro propensi al trasformismo ed al compromesso, ed al rinnovamento nei quadri dirigenti, soprattutto del sindacato metalmeccanico. L'inizio di questo processo ha avuto luogo nel 1962 – 63, con la contrattazione articolata e per fattori di chiarimento interno.

La Confindustria svolge un ruolo frenante e perde peso politico con la contrattazione integrativa e con l'aperta politica di sostegno dei sindacati da parte del Governo.
Se gli accordi aziendali tolgono gran parte dell'antico valore alla contrattazione nazionale, se ne deve dedurre che ambedue le parti preposte a quest'ultima funzione, vedono scemare rapidamente il proprio peso negoziale. Per le confederazioni dei lavoratori, la perdita di spazio contrattuale viene parzialmente compensata dal chiaro appoggio politico; tuttavia non bisogna dimenticare che la contestazione aziendale nasce in conflitto ed in opposizione alle strutture sindacali, in particolare dei vertici politicizzati: le nuove strutture (consigli di fabbrica, delegati), vengono soprattutto imposte dalla base ai vertici confederali.

Anche il distacco dei sindacati dai partiti politici, era voluto dalla base operaia, tant'è che nei consigli di fabbrica spontanei del '69, era rifiutata qualsiasi etichetta, fosse anche di sigla sindacale.

In effetti l'autunno caldo nacque in chiave antipolitica, con gli slogans dei movimenti studenteschi e si espresse in chiave antisindacale nelle aziende. La tanto conclamata vocazione all'unità sindacale, a ben guardare altro non è che l'accettazione del volere della base operaia, che tale orientamento espresse spontaneamente con la realizzazione di strutture unitarie in azienda. I vertici, se volevano rimanere tali, si dovevano adeguare, e si adeguarono, anche se lentamente.

A fatica si era arrivati ad un mutilato Patto Unitario; ma la situazione non si prospettava affatto serena: la nota dolente per i sindacati, è la confusa e sofferta ricerca di autonomia dai partiti. L' economia del nostro lavoro, non ci permette di allargare troppo il discorso. Tuttavia gli insegnamenti che sono scaturiti da queste vicende, ci dicono che la partecipazione democratica dei lavoratori alla gestione dei propri interessi è ormai un fatto incontrovertibile. Le maestranze hanno mostrato di avere in se un'immensa carica partecipativa alle reali vicende aziendali. Il lavoratore vuole discutere i problemi dell'ambiente, dei ritmi produttivi, dei metodi di lavorazione; cerca disperatamente di riqualificare la propria professionalità, dopo che l'organizzazione scientifica del lavoro e le catene di montaggio hanno parcellizzato le mansioni fino a svuotarle di contenuto e di significato. In sostanza l'operaio italiano ha acquisito una tale maturità, e si sente pronto ad agire da protagonista nelle vicende della propria azienda.

(Riproduzione riservata)

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[1] GIUGNI – Il Sindacato tra contratti e riforme, Bari 1973.

Un articolo su " L'autunno caldo e le nuove strutture sindacali di base "
del
Dott. Antonio Di Carlo



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